La zona morta dell’ex liquichimica di Tito
Se l’attuale discarica di radioattivi fosfogessi e di altre sostanze altamente inquinanti, cui è stata ridotta negli anni l’ex-Liquichimica di Tito Scalo (Pz), non fosse un Sin, Sito di Interesse Nazionale, da bonificare, le conferenze di servizio finora fatte dovrebbero essere paragonate a quattro chiacchiere al tavolino di un bar, a cui negli anni si sono accomodati gli assessori all’ambiente della Regione, l’Arpab con i suoi dirigenti e l’Agrobios. Quest’ultima agenzia pubblico/privata, tra il 2006 e il 2012, è costata parecchio ai contribuenti: per le sue scontate rassicurazioni di “tuttapposto”, sia nello studio di valutazione dell’area attorno al centro oli di Viggiano, sia nell’area dell’ex liquichimica di Tito, ha emesso uno scontrino, probabilmente solo una parte del conto, di circa 6 milioni di euro, che il procuratore della Corte dei Conti di Basilicata ha di recente presentato all’ex presidente Vito De Filippo perché non ne capiva gli estremi.
Dopo tre anni dalle video-denunce di Rifiuti Connection, dopo le pressioni e le accuse subite dal tenente della polizia provinciale, Giuseppe Di Bello, per aver parlato e certificato pubblicamente i suoi timori, dopo gli arresti all’Arpab per “l’affaire Fenice”, con i dirigenti accusati di aver nascosto per 9 anni i dati del grave inquinamento determinato dall’inceneritore di San Nicola di Melfi, e dopo tanto zozzume intombato, illegale, immorale e quasi sempre negato, la classe dirigente lucana e i suoi organi di controllo hanno dovuto ammettere che le vasche dell’ex liquichimica di Tito sprigionano RADIO 226 in misura 4 volte superiore alla norma e ipotizzano il rischio di percolato radioattivo nel Tora e nel Basento. Motivo per cui, agli attivisti del Movimento 5 Stelle, viene facile pensare che chi gestisce il sistema di tutela e monitoraggio ambientale in Basilicata è inquinato come le stesse aree lucana da bonificare?
Gli attivisti del Movimento 5 Stelle, dopo aver sentito la notizia dell’elevato inquinamento radioattivo a Tito Scalo, in netto contrasto con ciò che affermò il Consorzio Asi di Potenza, il 27 Marzo del 2006, in una nota inviata al Ministero dell’Ambiente, nella quale si parlò di assenza di radioattività certificata da Metapontium Agrobios, denunciano un pericoloso sistema di gestione del territorio da parte della classe politica e amministrativa della Regione, chiedono di individuare le responsabilità di chi ha certificato il falso (la radioattività non si manifesta a posteriori) e temono che i nuovi dati finalmente ammessi di inquinamento radioattivo possano inficiare la definitiva bonifica del sito di Tito Scalo, per la quale (e anche per quella della Valbasento) sperano in un bando internazionale senza possibilità di subappalto al fine di evitare pericolose gestioni clientelari della bonifica, data la estrema pericolosità dei materiali interrati a Tito e Ferrandina/Pisticci. E chiedono, inoltre, se quelle vasche di rifiuti pericolosi, prima di fosfogessi e poi colmate di fanghi industriali, abbiano o no un’autorizzazione; se questa vicenda oltre che la procura contabile, per esternalizzazioni inopportune di servizi, e il Tar, per trasferimento di personale senza bando concorsuale, possa interessare anche la magistratura, per tutte le dichiarazioni contraddittorie o false che hanno anch’esse inquinato questa vicenda.
Gli attivisti del Movimento 5 Stelle di Basilicata sono e saranno sempre dalla parte dei comitati e dei cittadini che lottano per impedire la violazione dei diritti inviolabili della persona, come la tutela della salute umana e l’assistenza sanitaria, diritti inalienabili in qualsiasi paese civile.
Per questa ragione gli attivisti lucani chiedono che si faccia chiarezza, una volta per tutte, su alcune vicende ormai da troppo tempo ignorate o tollerate. Siamo stanchi del gioco dello “scarica barile” e dell’istituzione di commissioni di inchiesta infinite che nulla portano in termini di salvaguardia di salute e ambiente.

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